Un micro-cosmo

— Sai perché ho fissato l’appuntamento proprio qui? — domandò Geser. — Prendi un po’ d’uva. È saporita.
— Come faccio a saperlo? Magari perché qui hanno l’uva più saporita di tutta Mosca.
Geser si mise a ridere.
— Bravo! Be’, non è questo. La frutta l’abbiamo presa al mercato.
— Allora perché il posto è piacevole.
Il Capo alzò le spalle. — Non è niente di particolare. Una saletta. Oltre quella porta ci trovi un tavolo da biliardo e un altro paio di tavolini.
— Allora lei si lancia di nascosto col paracadute, Capo.
— Sono vent’anni che non lo faccio — ribatté Geser come se niente fosse. — Caro Anton, sono venuto qui a mangiare uno spezzatino con patate e un po’ di uva soltanto per mostrarti un microcosmo. Una società piccola piccola. Rilassati, sta’ comodo. Ališer, va’ a prendere un boccale di birra per Anton! Guardati intorno, soldato. Guarda le facce. Ascolta le chiacchiere. Inspira l’aria.
Girai la testa e mi spostai sull’orlo della panca per riuscire a dare almeno un’occhiata agli astanti. Ališer si trovava già al banco, in attesa della mia birra. I clienti del Parabar avevano facce strane. C’era qualcosa di impercettibile che li faceva somigliare tutti. Sguardi e movimenti caratteristici. Niente di che. Solo un marchio invisibile.
— Un collettivo — disse il Capo — è un microcosmo. Avrei potuto farti questo discorso allo Chance, il gay-club, o al ristorante dell’Unione degli Scrittori, o ancora in una bettola vicino a qualche fabbrica. Non è importante. La cosa essenziale è che vi si formi proprio un collettivo ristretto e chiuso, in un modo o nell’altro isolato dalla società. Non un McDonald’s, non un ristorante chic, ma un circolo, palese o nascosto. Sai perché? Noi siamo così. È un modello della nostra Guardia.
Io guardavo in silenzio: un ragazzo con le stampelle si accostò al tavolo vicino, ignorò l’esortazione a sedersi e, appoggiandosi al tramezzo, cominciò a raccontare qualcosa. La musica copriva le parole, ma potevo assimilarne il senso generale attraverso il Crepuscolo. Il paracadute non si era aperto completamente. Era atterrato con quello di riserva. Aveva riportato un bel po’ di fratture. Per sei mesi non avrebbe più potuto lanciarsi!
— Qui la compagnia è particolarmente significativa — proseguì senza fretta il Capo. — Rischio. Sensazioni forti. Indecifrabilità da parte degli altri. Slang. Problemi assolutamente incomprensibili per la gente comune. E, già che ci siamo, traumi ricorrenti e morte. Ti piace qui?

Ci pensai e risposi: — No. Qui bisogna essere del gruppo. O non venirci per niente.

— Ma certo. Con qualsiasi microcosmo del genere è interessante entrare in contatto la prima volta. Dopodiché o accetti le sue regole ed entri nella sua piccola società, o vieni rigettato. È così, e noi Altri non facciamo in alcun modo eccezione.

(Sergej Luk’janenko, “I Guardiani della Notte”)

 

guardiani della notte

 

D: Allievi, dopo questa lettura in classe, riflettete su quello che significa e portatemi delle riflessioni personali. … Ma… mi scusi, lei chi è?

G: non mi conosci??? Sono GEPPO, GEPPO SAPONETTA!!

D: … e cosa ci fa qui? Lei non è un mago e non è nemmeno un mio allievo!

G: Oh, io sono come il sapone… Mi infilo dovunque. In tutti i sensi. Tutti TUTTI. 😉

D:

G: cosa c’è? Non mi dica che anche lei è un REPRESSO!! Si SFOGHI!! Vuole del sapone liquido? È una figata assurda!! Fa le BOLLE!!

D: fuori dalla mia aula.

G: ma-

D: FUORI!

G: Va bene, va bene, calmati…

(esce)

G: Tsk, stupido Daleo… ti sei appena giocato la nomina ad Arcimago, aspetta e spera che ti riconosca. Uno in meno tra i candidati!

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