Cristallo

D: Allievi, le riflessioni che mi avete lasciato a proposito del precedente brano letto in aula sono semplicemente assurde nel migliore dei casi, completamente incoerenti nel peggiore. Persino il componimento di quel tal GEPPO, che non è nemmeno un mio allievo, contiene qualcosa di meglio rispetto a quello che mi avete lasciato voi. E vi voglio dire che il titolo del saggio di questo Geppo è SAPONE: un microcosmo pulito e sessualmente attivo dove nemmeno chi ingoia viene rigettato”.

Mi astengo dal leggervi l’intero saggio per pubblica decenza, ma vi garantisco che persino in questi deliri perversi si scorge qualcosa di più rispetto a quello che si vede nelle vostre produzioni.

Tenetene conto per il futuro. Fuori lezione potremo parlare, privatamente o collettivamente, delle specifiche relazioni.

Passiamo adesso ad il brano di oggi.

 

 

— Allora dimmi cosa bisogna fare. 

All’improvviso compresi che quella giornata, preannunciatasi come meravigliosa, stava precipitosamente scivolando verso un burrone oscuro e fetido, pieno di vecchio pattume.

— Dillo! Sei una Grande Maga o lo diventerai presto. Uno dei generali della nostra guerra. Io invece sono un semplice tenente. Comandami, e che i tuoi ordini siano precisi. Dimmi, che fare?

Solo in quel momento notai che in sala era sceso il silenzio, che tutti ci stavano ascoltando. Ma ormai non aveva più importanza.

— Dimmi: scendere in strada, uccidere gli agenti delle Tenebre? Lo farò. Non ne sono granché capace, ma mi ci proverò con tutte le mie forze! Dimmi: sorridere e portare in dono il Bene agli uomini? Lo farò. Ma chi pagherà per il Male a cui aprirò la strada? Bene e Male, Luce e Tenebre… Sì, ripetendo queste parole ne cancelliamo il significato, le esponiamo come bandiere e le lasciamo imputridire al vento e sotto la pioggia. Allora dacci una parola nuova! Dacci nuove bandiere! Di’ dove bisogna andare e cosa bisogna fare! 

Le labbra cominciarono a tremarle. M’interruppi, ma ormai era troppo tardi.
Svetlana piangeva, tenendosi il viso coperto con le mani.
Che diavolo stavo facendo?
Davvero avevamo disimparato persino a sorridere gli uni agli altri?
Potevo avere cento volte ragione, ma…

Cosa contava che io avessi ragione, se ero pronto a difendere il mondo intero, ma non chi mi stava vicino? Se riuscivo a frenare l’odio, ma senza lasciare via libera all’amore?

Mi alzai di scatto, le circondai le spalle con il braccio e la trascinai fuori dalla sala. I maghi se ne stettero fermi, ci accompagnarono con lo sguardo. Forse avevano assistito a scene come quella più di una volta. Forse avevano capito tutto.

— Anton. — Tigrotto comparve accanto a noi senza fare alcun rumore, ci sospinse leggermente, aprì una porta. Mi fissò con un misto di rimprovero e inaspettata comprensione. Poi ci lasciò soli.

Per un minuto restammo immobili, Svetlana piangendo sommessamente, affondata nella mia spalla, e io in attesa. Adesso era troppo tardi per parlare. Avevo già detto tutto il possibile.

— Ci proverò.

Ecco, questo non me l’aspettavo. Ero pronto a tutto: ingiurie, contrattacchi, lamentele… ma non a quella risposta.

Svetlana ritrasse le mani dal viso bagnato, scrollò il capo e fece un sorriso.

— Hai ragione, Anton. Perfettamente ragione. Sono capace soltanto di lamentarmi e protestare. Piagnucolo come un bambino, non capisco niente. Mi mettono sotto il naso la pentola bollente, lasciano che mi scotti e poi aspettano, aspettano che io cresca. Quindi va bene così. Ci proverò, vi darò nuove bandiere.

— Sveta…

— Hai ragione — tagliò corto lei. — Ma anch’io ho un po’ ragione. Certo però non avrei dovuto lasciarmi andare davanti ai ragazzi. Oggi è il nostro giorno di festa, non bisogna rovinarlo. D’accordo?

 

Di nuovo percepii un muro. Quel muro invisibile che si ergerà sempre tra me e Geser, tra me e i funzionari della direzione centrale.

Quel muro che il tempo erige tra noi. Quel giorno avevo posato con le mie mani qualche strato di gelidi mattoni di cristallo.

 

— Scusami, Sveta — sussurrai. — Scusa.

— Dimentichiamo tutto — disse lei molto ferma. — Su, dimentichiamocelo. Finché siamo ancora in grado di farlo.

Finalmente ci guardammo intorno.

— È uno studio? — chiese Sveta.

Librerie in quercia ebanizzata, volumi dietro vetri scuri. Una scrivania enorme con sopra un computer.

— Sì.

— Ma Tigrotto vive da sola?

— Non lo so. — Scossi la testa. — Non abbiamo mai pensato di chiederglielo.

— Sembrerebbe che vìva sola. Per lo meno adesso. — Svetlana sfilò il fazzoletto e cominciò ad asciugarsi le lacrime. — Ha una bella casa. Andiamo, non mettiamo a disagio gli altri.

— Eppure hanno senz’altro sentito che non stavamo litigando.

— No, non potevano. Qui ci sono barriere ovunque, tra una stanza e l’altra. È impossibile sondare.

Guardando attraverso il Crepuscolo, anch’io notai uno scintillio nascosto nelle pareti.

— Ora le vedo. Diventi ogni giorno più potente.

Svetlana sorrise, un po’ forzatamente, ma con orgoglio. Disse: Strano. Perché costruire barriere, se si vive da soli?

— E perché metterle, quando non si è soli? — chiesi io. A mezza voce, poiché non pretendevo una risposta.

 

E Svetlana non rispose.

Uscimmo dallo studio e ritornammo in sala.

L’atmosfera non era proprio cimiteriale, ma poco ci mancava.

(Sergej Luk’janenko, “I Guardiani della Notte”)

 

 

 

D: tenendo conto dei pessimi risultati ottenuti dall’ultima lezione, questa volta voglio prestare alcune precisazioni banali ma pur sempre necessarie. Prestate particolarmente attenzione alle parti sottolineate del vostro testo, e ancora maggiore alle parti in grassetto. Esplicitamente, cercate di non soffermarvi erroneamente su Geser come persona, o meglio Altro, e sappiate che, in questo contesto, per la parte finale è molto più importante lo scambio di domande, specialmente l’assenza dell’ultima risposta.

E soprattutto, ricordatevi sempre di chi stiamo parlando.

 

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