Sine Requie: Una vita da Cacciatrice

 

Impiegai non so quanto tempo ad accendermi quella dannata sigaretta. Il vento gelido non dava tregua, io avevo smesso di sentirmi le mani da qualche ora e di sicuro tutto quello che avevo addosso tra armi, vestiti, provviste e trappole non mi rendeva più facile qualsiasi tipo di movimento provassi a fare con mani e braccia.

Il mio nome è Francesca, ho 22 anni e sono una cacciatrice di morti. Sono in giro con i miei compagni da circa quattro anni (momento in cui decisi che questo sarebbe diventato un lavoro per me) e del gruppo originale siamo rimasti solamente in tre: io, mio fratello minore Giulio e il nostro “maestro” Carlo. È stato lui ad insegnarmi tutto quello che so sui morti, come combatterli, quali siano i modi migliori per metterli fuori gioco e come difendersi da loro. Carlo per me è come un padre, una guida. Avevo 11 anni e mio fratello 7 quando i nostri genitori vennero fatti a pezzi dai morti e Carlo ci prese nelle sue mani, allevandoci come figli e insegnandoci tutto ciò che sappiamo ora.

È un mestiere duro, faticoso, logorante. Vivi nella paura, nell’ansia che ogni momento possa essere l’ultimo. Però pagano bene… se sopravvivi.

Tagliai la testa al mio primo morto a 18 anni: fu un taglio incerto, titubante, avevo paura, molta paura, sudavo freddo da ogni poro della mia pelle; con la conseguenza che la testa non venne tagliata via di netto e ci vollero più colpi per staccarla dal corpo. C’è anche da dire che il mio fisico non aiuta: sono sempre stata molto magra, minuta, con le braccia esili e questo non giova a mio favore, visto il mio lavoro.

Quando finalmente riuscii ad accendere la sigaretta, eravamo in prossimità della Domus Populi, dove avremmo cercato un impiego che occupasse un mese o due e ci rendesse del profumato denaro (di sicuro un aiuto da un gruppo di cacciatori di morti non sarebbe stato disdegnato). Come temevo venni subito guardata con sospetto. Le donne già di per sé non hanno vita facile, figuriamoci le cacciatrici. È per questo che ho sempre cercato di camuffarmi per sembrare il più possibile un uomo, non mi piace essere scambiata per una prostituta.

Ero alla Domus Populi da un paio di giorni e una mattina decisi di fare due passi intorno alle mura di Genova per osservare meglio il territorio.

In quel momento lo incontrai.

Il suo nome è Valerio. Mi colpì subito il fatto che aveva una benda sull’occhio e capii che lo aveva perso, forse strappato via da un morto. Lo salutai con un sorriso e mi accesi una sigaretta. In quel momento notai che mi stava guardando stupito, annusando l’aria. Che tipo particolare. Non doveva avere più di 21-22 anni e, benda sull’occhio a parte, era davvero un bel ragazzo.

Parlammo per ore, lì vicino alle mura. Mi raccontò di come perse l’occhio quando era ancora solo un bambino, io gli raccontai della morte dei miei genitori e delle mie avventure come cacciatrice negli ultimi anni. Le sue mani calde avvolgevano le mie per proteggerle dal vento. Il suo occhio sano era di un azzurro chiarissimo, quasi di ghiaccio, ma il suo sguardo non era crudele o freddo, emanava dolcezza e calore. Le sue labbra erano morbide e calde e si modellavano perfettamente sulle mie come se fossero state create per quell’avvolgente abbraccio. Riuscii dopo non so quanto tempo a sentirmi una donna. Io, così magra, esile, coperta dalle armi, da chili di vestiti, dal sangue e dal fango; circondata ogni giorno da donne, contadine dalle forme morbide e femminili. Io riuscii a sentirmi bella come non mi ero mai sentita fino a quel momento.

Purtroppo, come ogni cosa bella, anche questa doveva finire. Erano volati quasi due mesi. Io e il mio gruppo eravamo riusciti a rendere più sicura la città, il nostro compito era svolto e il nostro servizio pagato.

Dovevamo ripartire.

Non ero mai stata più triste di lasciare un luogo in vita mia e Carlo se ne accorse. Mi disse che potevo rimanere lì, se davvero lo volevo. Sarebbe stato meraviglioso poter rimanere, sentirmi avvolgere ancora dalle sue braccia calde..

Ma prima avevo una missione da svolgere: togliere di mezzo quanti più morti potessi. Forse un giorno mi sarei fermata, avrei messo da parte le armi per stabilirmi a Genova e diventare una moglie e una madre, ma quel momento non era ancora arrivato.

Salutai Valerio, promettendogli che se tutto fosse andato bene sarei tornata in primavera. Sarei sopravvissuta fino ad allora? Lui si sarebbe ricordato di me? Mi avrebbe aspettata? Era tutto cosi incerto..

Tutto tranne una cosa, che era sicura. Lo amavo.

 

Francesca Traverso

 

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