Sine Requie: In viaggio verso Torino

 

Me lo ritrovai davanti senza neanche rendermene conto.  Sbucò improvvisamente da dietro un angolo della casa, o di ciò che ne rimaneva, piombandomi addosso come un gigantesco sacco di patate. Non doveva avere più di una trentina d’anni al momento della morte, ed era davvero GROSSO, quantomeno da superare il metro e ottantacinque; con le braccia ciascuna grande come la mia testa. Soffocai un urlo e cademmo entrambi a terra,  avvolti da una nuvola di polvere. Vedevo gli occhi vuoti e allucinati che guardavano il mio viso, in realtà sembrava che non mi vedessero realmente, come se stessero in guardando un punto dietro a me, attraverso di me, in lontananza. Cosa del tutto improbabile, dato che la mia testa era schiacciata a terra da una delle sue grosse mani.

Con la coda dell’occhio scorsi i suoi denti: sporchi, gialli, coperti di sangue, la saliva che colava dagli angoli della bocca come una sorta di cane rabbioso. Aprì di più la bocca con una sorta di rantolio roco misto a ruggito, puntando la parte destra del mio viso: quella più esposta.  In un attimo riuscii a estrarre il coltello dal mio stivale con la mano con cui non mi stavo proteggendo, e glielo ficcai in un occhio. Servì solo ad aumentare la pressione della sua mano sulla mia testa. Sentivo la fronte farmi sempre più male, e affondare in profondità nel terreno: non sarei mai riuscita ad avere abbastanza forza fisica per far fronte a un morto di quelle dimensioni.

Proprio quando il dolore stava diventando insopportabile e sentivo di aver raggiunto il massimo dello sforzo per tenere i suoi denti lontani dalla mia faccia, tutto cessò. Vidi un rivolo di sangue provenire dalla sua testa e cadermi sui capelli, incrostandoli.

 

Carlo.

 

Chi altri se non lui poteva avermi salvata per l’ennesima volta. Mi divincolai con successo dalla presa di quella montagna di carne non morta in putrefazione, mi alzai e vidi l’ascia del mio salvatore piantata nella testa del morto. Carlo gli assestò un calcio nello stinco, facendolo rotolare su un fianco, mentre io estrassi l’ascia dalla sua testa, per tagliargliela di netto dal collo, facendola rotolare in mezzo alle rocce.

In un attimo vidi quel gigantesco corpo ormai decapitato rialzarsi e cercare con mani di riprendermi la gola, ma finì per inciampare nei suoi stessi piedi, cadendo prono a terra. Io e Carlo approfittammo della situazione voltasi a nostro favore per amputargli un arto dopo l’altro e per ridurre il suo tronco in tanti pezzi, dai quali uscirono una moltitudine di vermi che si stavano cibando della carne ormai morta.

A quel punto capimmo di essere fuori pericolo: alcune parti degli arti tagliati scattavano come prese da spasmi, ma ormai più di quello non potevano fare molto.

 

Ci guardammo tirando un sospiro di sollievo. Ero sconvolta e stavo ansimando rumorosamente per la paura. Mi sedetti su un grosso masso ancora con l’ascia in mano e la mano tremante.

Come avevo fatto a non sentirlo? Mi arrabbiai con me stessa per la mia scarsa concentrazione.

In quel momento arrivò di corsa Giulio, mio fratello, accompagnato da Matteo, un mercenario ventiseienne di qualche paesino intorno a Genova, aggregatosi a noi qualche settimana prima.

“Stai bene?? Sei ferita?” mi chiese Giulio preoccupato, quasi inciampandosi nei suoi stessi piedi per la distrazione mentre mi veniva incontro, tanto era concentrato ad esaminare ogni centimetro della mia faccia in cerca di tagli e simili.

“Tutto bene, non mi ha fatto nulla per fortuna. Non…non l’ho sentito arrivare.. non capisco” riuscii a sibilare tra i denti.

Matteo non disse nulla, ma non riusciva a distogliere lo sguardo dai vermi e dalle larve che uscivano da ogni parte del corpo del morto, ridotto a brandelli. Notai un brivido percorrergli la schiena.

“L’amore ti fa perdere colpi mia cara!” scherzò Carlo, dandomi una pacca sulla spalla. Era sempre stato il suo modo di fare. Quando era preso dall’ansia o dalla preoccupazione , scherzava in modo nervoso, fingendosi forte e tranquillo. Tuttavia leggevo sul suo viso anche un’espressione decisamente sollevata nel vedere che stavo bene.

Feci una smorfia a quella battuta di cattivo gusto, tirando su col naso e guardandomi i pantaloni. Ero completamente coperta di sangue del bestione. Dovevo assolutamente darmi una lavata. Farfugliai qualcosa con tono indisposto ai miei compagni; sospirai un “grazie” accompagnato da uno sguardo colmo di gratitudine a Carlo, e mi diressi verso il fiume, che distava circa un centinaio di metri da dove avevamo posato le nostre cose.

Mi levai di dosso le armi una ad una, appoggiai le vesti di ricambio a una roccia ed entrai con i piedi nell’acqua. Era a dir poco gelida, faceva male da quanto era fredda, sembrava di avere centinaia di spilli conficcati nella pelle. L’aria non era molto diversa, soffiava il vento da nord, portandosi via tutte le nuvole. Strinsi i denti e mi costrinsi a lavarmi via la sporcizia di dosso e il sangue ormai rappreso del morto dai capelli. Guardai il rivolo di sangue mischiarsi alla bianca schiuma dell’acqua del fiume, fino a dissolversi in essa e scomparire qualche metro più avanti. In un attimo mi prese una sensazione di solitudine e tristezza infinita: stavo davvero diventando più debole? Stavo perdendo la testa?

Eravamo a metà strada per arrivare a Torino, dove avremmo cercato un altro impiego per qualche tempo.

Avevamo incontrato quelle macerie che una volta erano case vicino al fiume e avevamo deciso di accamparci lì per la notte, ma non avrei superato la settimana da viva, se non avessi recuperato la prontezza e la lucidità mentale che ero solita avere.

Alzai gli occhi verso il cielo, chiedendo a Dio di assistere me e i miei compagni in questo viaggio; di darci la forza per continuare a combattere per ciò che era giusto.

Guardai il tramonto davanti a me, il sole andava a nascondersi dietro le montagne, rosso come il sangue. Le nuvole volavano via veloci spinte dal vento e io tremavo come una foglia per il gran freddo. Pensai a Valerio, alle mie mani nelle sue, al suo sguardo pieno di dolcezza, cercai di tenere impressa l’immagine del suo viso nella mia mente per poter passare con lui anche solo qualche ora, quella notte, nei miei sogni.

 

L’ indomani mattina avremo proseguito il cammino verso Torino, e sarei dovuta essere pronta a tutto.

 

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