Sine Requie: Sangue al mattino

Arrivata l’estate. E con essa, oltre a cose molto positive come frutta e animali in quantità di cui cibarsi, anche il caldo soffocante e il sole accecante che rendono il mio lavoro di guardia alle mura ovest di Torino decisamente insopportabile. Arrivammo a Torino verso la fine di Febbraio, pensando di rimanerci per non più di un paio di mesi, lavorando come facevamo di solito: perlustrare il territorio, guardia alle porte della città, organizzare la sicurezza interna, prendere i soldi, salutare e partire. Questa volta ci fermammo più a lungo per un lavoro più stabile, dato che un certo Ludovico, un parroco facente parte dei potenti membri del consiglio della città, decise di pagarci profumatamente fino all’arrivo dell’autunno, in cambio di “sicurezza extra” per proteggere al meglio la città.. diceva lui. Avendo conosciuto l’elemento direi che più che altro era contento di averci vicino per aver protette le chiappe.

Personaggi pittoreschi a parte, la paga era davvero buona, e potevamo godere di vitto e alloggio decisamente all’altezza di una città come Torino. Lavoravamo divisi: la nostra guida Carlo e mio fratello minore Giulio erano guardie al livello terreno, poiché il primo risulta essere il più esperto nell’avvistamento dei morti e nella lettura delle loro tracce, mentre il secondo è il più veloce del gruppo a correre.

Io e Matteo, il ragazzo aggregatosi a noi l’inverno prima, eravamo di guardia sulle mura in alto, al lato ovest. Il consiglio aveva deciso che una donna con un ruolo da guardia e cacciatrice di morti, lavoro svolto nella maggior parte dei casi dagli uomini, doveva stare lontana dal centro della città il più possibile per non creare scalpore o nervosismo. Le giornate si susseguivano una uguale all’altra, sotto al sole cocente e la luce accecante. Tuttavia una mattina, sul presto, prima del sorgere del sole, notai qualcosa di strano. Stavo passeggiando su e giù per le mura guardando in lontananza, quando vidi una figura lontana barcollare e sparire dietro una grossa roccia. Pensai subito a un animale, quindi presi il cannocchiale per osservare meglio.. e quello che vidi mi sconvolse a tal punto da farmi irrigidire e sbiancare di paura.

Era un morto. O almeno lo sembrava..decisamente. E si era appena nascosto rapidamente dietro a una roccia, che spariva in mezzo a una sorta di radura dagli alti pini.

“Non è possibile”, farfugliai. Matteo venne svegliato dalle mie parole e, con voce assonnata mi chiese: “Tutto bene principessa?”. Sapeva che mi dava fastidio quel nomignolo, e normalmente lo avrei preso a pugni, ma in quel momento non riuscivo a muovere un muscolo. Doveva aver capito che qualcosa non andava, perché si alzò e mi venne vicino.

“Ehi?”, chiese preoccupato.

“Là!”, fu l’unica cosa che riuscii a bisbigliare, indicando la direzione dove avevo visto il morto.

“Io non vedo niente, Francesca.”, rispose lui guardando attraverso il cannocchiale.

In quel momento riuscii a tornare in me stessa e gli raccontai rapidamente( incredula io stessa alle mie stesse parole) ciò che avevo visto poco prima, finendo per ricevere come unica risposta uno sguardo allarmato, poi perplesso, poi sollevato, accompagnato da una energica pacca sulla spalla. Lo immaginavo.

“I morti non si nascondono, principessa. Sono solo dei sacchi di carne stupidi, barcollanti e si fiondano su qualsiasi cosa di vivente per farla fuori. Stop. Non hanno piani di guerra o strategie per nascondersi o mimetizzarsi. Lo sai anche tu. Hai bisogno di una bella dormita e di stare meno al sole durante la giornata”, mi sorrise.

Che bello essere presi sul serio. Tuttavia non potevo biasimarlo, nemmeno io al suo posto avrei creduto a una cosa del genere. Comunque decisi di approfittare del fatto che il sole dovesse ancora sorgere e che molto probabilmente la giornata a guardia sulle mura sarebbe stata noiosa come la precedente, per andare a controllare. Mi portai dietro Matteo, sul cui viso si leggeva chiaramente che non aveva alcuna voglia di rinunciare alle ultime ore di sonno per una passeggiata inutile fino alla radura, ma con riluttanza mi seguì.

Sgattaiolammo fuori da una delle uscite secondarie della città senza farci vedere dalle altre guardie e ci avviammo rapidamente sul sentiero alberato che portava alla zona del mio avvistamento. Vista dall’alto la strada sembrava più corta e meno tortuosa di quello che poi si rivelò, così presto Matteo, preso dalla noia, cominciò a chiacchierare.

“Allora, principessa. Da quant’è che fai questo lavoro? E…come mai lo fai? Cioè.. non è il massimo. Soprattutto per una donna”.

“Direi che ormai sono quasi cinque anni. Io e Giulio siamo stati cresciuti da Carlo. Abbiamo deciso di seguirlo dopo che ci ha salvato dai morti che hanno ucciso i nostri genitori. Da quel momento sentii che non ne avrei mai distrutti abbastanza per vendicare la loro morte e quindi.. eccomi qui. Tu?”

“Io? Da poco in realtà. Diciamo che.. la paga è buona e quindi..” si interruppe. “Francesca posso dirti una cosa? Distruggere più morti che riesci non ti riporterà i tuoi genitori. Dovresti accettare la realtà per quello che è”.

“Lo faccio”, risposi. “Ma voglio distruggere più morti che riesco per evitare che altri bambini come eravamo io e mio fratello subiscano la stessa perdita”.

Rallentammo fino a fermarci. “sai..” disse guardandosi i piedi. “Non capisco perché lo fai. Intendo cercare di accontentare sempre tutti, di salvare sempre la vita a chiunque, di fare felici gli altri ogni volta prima di fare felice te stessa. Non fraintendermi, è una bella cosa, ma così rischi di lasciare troppo da parte te stessa e quello che ti fa felice”.

“Lo faccio perché credo sia giusto. Penso che a me piacerebbe che qualcuno facesse lo stesso per me, quindi comincio io stessa a farlo con gli altri ”. Risposi decisa.

“Ed è semplicemente.. adorabile”, mi sorrise facendosi più vicino. Mi sentii decisamente confusa e imbarazzata. “C’è qualcuno nella tua vita? Intendo oltre a Carlo e tuo fratello. Intendo.. un uomo”.

“Si! Cioè no. Cioè.. si, direi di si”. Valerio. Un ricordo lontano, nella bella Genova. Non sapevo neanche se fosse vivo. Del resto lui non poteva sapere a sua volta che io a mia volta la fossi. Notai lo sguardo dispiaciuto di Matteo, e tornammo a camminare. Mi dispiaceva vederlo triste e imbronciato, quando teneva il muso sembrava un grosso bambinone muscoloso pronto a distruggere qualunque cosa. Sorrisi, sapendo che gli sarebbe presto passata. Ripresi un passo più rapido, vedendo che il sole era ormai praticamente sorto: ci stavamo mettendo troppo. Ero assorta nei miei pensieri, quando mi accorsi che da qualche secondo non sentivo più i passi di Matteo dietro di me. Mi girai pronta a prenderlo in giro sul quanto fosse diventato pigro ultimamente, per essersi fermato, ma quando mi voltai venni colta dal terrore.

Matteo non c’era più. il terreno calpestato fino a poco prima dai suoi passi era stato rimpiazzato da un rivolo di sangue che spariva in mezzo agli alberi.

Ad un tratto capii che ciò che fino a poco prima pensavo essere un’allucinazione non era mai stato così reale.

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